Let’s get lost

25/07/2011 § 2 commenti

“Adesso io, una volta siamo andati insieme a Daniele a una festa che c’era fuori città, in Piemonte. A un certo momento c’eravam messi a parlare abbiam passato l’uscita dell’autostrada dove dovevamo uscire. Allora siamo usciti l’uscita dopo dopo un po’ ci siam persi. Ci abbiam messo un’ora, a ritrovare il posto. Quell’ora lì, è stata l’ora più bella del viaggio che avevam fatto” (Paolo Nori – Siam poi gente delicata)

A Lucca non mi ricordo se ci son già stato.
Ricordo solo che era una delle città che avevamo in programma di visitare io e Frank una ventina di anni fa, poi per qualche motivo non se ne fece più nulla. O almeno credo.
Ma non fa poi tanta differenza: esserci stato vent’anni fa è un po’ come non esserci mai stato: cosa posso ricordarmi di un evento così lontano?
Più si va avanti con gli anni e più i ricordi diventano fallaci, si mescolano, si confondono, si deformano, alcuni particolari si amplificano ed altri si cancellano. Ricordo – o credo di ricordare – di aver letto da qual­che parte che lo scrittore Jorge Luis Borges raccon­tava spesso un aneddoto su suo padre, che era cresciuto a Buenos Aires ma non ci viveva più da molti anni. A quanto affermava Borges, una volta il padre gli ave­va detto che quando ripensava alla città, non sapeva più se si ricordava davvero Buenos Aires o se si ricordava soltanto dell’ultima volta che se l’era ricordata.
In ogni caso, che a Lucca ci sia già stato oppure no, io non sono più quello di vent’anni fa e gli effetti che la città sortirà su di me saranno differenti – o almeno lo spero.

E allora vado, anche perché Lucca – che è una città piccola e quel che c’è da vedere prima o poi ti passa davanti agli occhi – mi sembra un posto particolarmente adatto alla deriva psicogeografica.
La deriva è un’attività semplice, avventurosa e divertente che solo pochi temerari hanno l’ardire di praticare. Il turista moderno non ama le sorprese, vuole la sicurezza di arrivare immediatamente davanti agli importanti monumenti che la sua autorevole guida gli impone di vedere.
Ma scusa, perché mai io dovrei andare a Lucca e visitare i posti che mi consiglia una guida scritta da uno che non conosco nemmeno? Che diamine ne sa lui dei miei gusti? Vacci te a veder tutti quei monumenti noiosi visto che ti piacciono tanto!
C’è un grande bisogno di fondare un nuovo modo di fare turismo, un turismo che abbia voglia di scoprire luoghi nuovi, nuovi centri d’interesse che ognuno deve costruirsi su misura attorno alla propria personalità. Un turismo che voglia confrontarsi col presente piuttosto che col passato, che preferisca la visita ad un bar a quella di una chiesa, le scritte sui muri alle pinacoteche, il parlare con la gente per le strade allo starsene muti in un museo polveroso.
Guardateli come sono sconfortati i turisti, chini sulla cartina mentre cercano di capire dove diavolo si trovano. Chi va alla deriva non ha questo problema: non avendo una meta, non ci si perde mai.
E poi, tutti intenti a scattare le solite foto ai soliti monumenti, cosa vuoi, che mi metta a fotografare anch’io i monumenti? Che bisogno c’è quando in internet trovi ottime immagini di fotografi professionisti, scattate da punti di vista irraggiungibili, con luci meravigliose e rese perfette da un uso sapiente del fotoritocco? Io non son mica così bravo a far le foto. Poi tanto, tutte ‘ste foto digitali sai dove finiranno? POFF, nel nulla. Negli ultimi tempi non faccio altro che incontrare gente che per un motivo o per l’altro ha perduto tutto il contenuto dell’hard disc. Un po’ è un problema, un po’ è una selezione naturale delle troppe e inutili immagini che scattiamo quotidianamente. Quindi niente panico.
Io l’unica foto che ho scattato a Lucca è questa:

Te te lo saresti mai immaginato di trovare una roba così western a Lucca? No. E allora, continua, continua pure a fare quello che ti dice la Lonely Planet, la Rough Guide, la Routard e il Touring Club. Vai, vai pure, che loro mica parlano di queste cose qui, loro stanno a perder tempo su degli affreschi banalissimi e non si rendono nemmeno conto che Lucca è una città del Far West.

Alla fine la mia deriva attraverso Lucca è stato un mezzo fallimento: l’ho girata tutta in lungo e in largo (o almeno così credo), ma la città, pur bellissima, è come un parco di divertimenti a tema, affollata solo di turisti e di attrazioni per turisti. L’atmosfera non è quella idonea a una serena deriva che richiede invece tranquillità e poca folla.
Ah, comunque alla fine mi sa proprio che a Lucca non c’ero mai stato, o se c’ero stato me ne sono completamente dimenticato.

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Alla deriva

12/07/2010 § 1 Commento

« Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che SAPETE, ma in base a ciò che VEDETE intorno. Dovete essere STRANIATI e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’ARCHITETTURA e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari. »
(Guy Debord)

Ormai l’ho capito. Per quel che mi riguarda il modo migliore di visitare una città è questo: rinunciare agli obiettivi e alle mete prefissate per abbandonarsi alle sollecitazioni del terreno e agli incontri occasionali, vagare senza meta scegliendo istante per istante la direzione da prendere, lasciarsi influenzare dall’atmosfera dei luoghi trovando ciò che nessuna guida turistica vi indicherà mai, perché certi posti hanno un significato speciale soltanto per voi.
Il turismo in senso tradizionale è anacronistico e inutile. Tutto è già stato visto, tutto è già stato vissuto, i monumenti, le chiese e i musei non rappresentano più alcuna sorpresa, non possono essere una scoperta perché già ne abbiamo letto le accurate descrizioni delle guide turistiche, li abbiamo già visti migliaia di volte in foto e documentari, e anzi spesso sono una delusione, non sono mai maestosi come li volevamo, non sono mai illuminati da quella luce straordinaria delle foto del National Geographic.
Meglio vagare per le strade alla ricerca di ciò che veramente ci piace, meglio abbandonarsi al caso che non mancherà mai di sorprenderci con continue novità, piccoli dettagli ignorati dalle guide, scritte sui muri, case, negozietti, motorini scassati, gente seduta per le strade, gatti, luci, ombre, insegne, oggetti smarriti, merde di cane.
È un’attività che può essere svolta solo in solitudine perché richiede l’abbandono completo alle influenze dei luoghi, influenze che inevitabilmente saranno diverse da quelle del pur affiatato compagno di viaggio.

E così, felicemente solo, vago per Èvora, che tanto è una città piccola e quel che c’è da vedere prima o poi ti passa davanti, come il tempio romano che nella notte si manifesta in tutta l’essenzialità delle sue forme.
Me lo diceva Pedro che alcuni dei monumenti di Èvora sono più belli di notte, solo che tra una chiacchera e l’altra si è dimenticato di dirmi quali, che è talmente piacevole parlare con lui che oggi mi son persino fermato a guardare le semifinali dei mondiali solo per il gusto di godermi la sua compagnia, che a me del calcio non me ne frega niente.
Pedro è il gestore dell’ostello in cui sono alloggiato ed è una persona squisita. D’altronde non poteva essere diversamente essendomi stato suggerito da Valérie e Ariane: le ragazze del Quebec non sbagliano un colpo.
L’ostello è quasi vuoto in questi due giorni, quindi è un po’ come essere a casa sua. O a casa mia.

C’è caldo nell’Alto Alentejo. Siam giusto-giusto in the middle of nowhere e l’oceano è molto, molto lontano.
Le imperial – così, sontuosamente qui si chiamano le birre piccole – finiscono in tre sorsate e dopo tutto è come prima.
Gli anziani boccheggiano affacciati sulle finestre basse che danno sui vicoli, fuori dalle mura ci si gode la brezza sulle panchine.
È una serata deliziosa, in cui tutto il corpo è un solo senso e assorbe piacere da ogni poro. Con una strana libertà vado e vengo per le vie, ne sono parte e non c’è nulla di speciale ad attrarmi, tutti gli elementi mi sono insolitamente congeniali.
E’ una sera dolcissima. E’ una sera d’estate del duemilaedieci.

Fermare il tempo

22/04/2010 § Lascia un commento

Fino a pochi giorni fa non possedevo una macchina fotografica, che nella mia vita son sempre andato a scrocco usando quella di famiglia o quella delle morose.
Come se non bastasse, un anno e mezzo fa ho incidentalmente cancellato tutto il contenuto del mio hard disk, comprese centinaia di foto, ma son sopravvissuto lo stesso.
Il colpo fatale alla mia carriera di fotografo lo diede però Tonino Guerra, che in un intervista raccontò di quella volta in Uzbekistan che lui e Michelangelo Antonioni stavano viaggiando sul cassone di un camion sul quale ad un certo punto salirono tre santoni dalla lunga veste bianca.
Rimasero silenziosi per tutto il viaggio, poi quando scesero Antonioni scattò loro una Polaroid, gliela consegnò, ma questi gliela restituirono subito dicendogli:
“Perché fermare il tempo?”
E a me ‘sta cosa colpì molto e per anni non ho fatto foto e non ne ho voluto sapere di comprarmi una fotocamera, che metti te che fermo il tempo e poi succede come col Portaro che non riparte più.
Poi ho notato che tutti continuavano a fare foto ma che il tempo non si fermava, e allora ho mandato a cagare i tre santoni, Tonino Guerra e anche Antonioni – che tanto è morto – e mi sono comprato una macchina fotografica, così ho anche un’arma in più per vessarvi.
La prima foto che ho scattato in Portogallo è questa:

che voi direte che era meglio prima, quando non avevo la macchina fotografica.
Ma questa foto ha un perché: è la prima immagine che ho avuto di Olhao, così come la si vede arrivandoci da Quelfes ove abito, e a me colpì molto per via dell’enorme torre piezometrica dell’acquedotto che è spropositatamente più alta di tutti gli edifici circostanti.
Le torri piezometriche sono dei serbatoi che servono a far sì che l’acqua, per via del principio dei vasi comunicanti, arrivi fino all’ultimo piano di tutte le case , quindi devono essere un po’ più in alte della casa più alta della città.
Diamine – mi son detto – han voluto star sul sicuro gli ingegneri dell’acquedotto di Olhao che han costruito ‘sta torre che svetta altissima sul profilo della città.
Poi ho capito che quell’altezza è giustificata da un quartiere che sorge fuori dalla foto, a destra, sopra un’altura, dunque l’altezza delle case sommata a quella del colle ove sorgono le rende alte suppergiù come la torre.
Questa piccola lezione di idraulica – materia nella quale non ho nessuna competenza – ci serve perchè di torri piezometriche mi sa che ve ne farò vedere molte, che – non so perchè – sono la mia ossessione.
La seconda cosa che mi ha colpito è stata questa, pochi metri più avanti:

un piccolo capolavoro di umorismo concettuale, con la scritta “Una porta sempre aperta” e la vetrata rotta, forse qualcuno ha trovato la porta chiusa e non l’ha presa molto bene.

A dispetto di questo esordio di suburbana umanità, Olhao si è dimostrata una città piena di fascino.
Dalle intime stradine del quartiere dei pescatori fino ai capannoni decadenti rallegrati dai murales, le cicogne osservano silenziose chi è propenso alla deriva psicogeografica.
La cosa migliore da fare ad Olhao è vagare senza meta, scegliendo istante per istante la direzione da prendere, lasciandosi influenzare dall’atmosfera dei luoghi, trovando ciò che nessuna guida turistica vi indicherà mai, perché certi posti hanno un significato speciale soltanto per voi.

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