Non c’è pace tra gli ulivi

18/07/2011 § Lascia un commento

No-no-no-no-no-no-no-no-no-no, calma-calma-calma-calma-calma-calma-calma, chi diavolo vi ha dato il permesso di dare il mio nome all’agnellino che è appena nato?!?
Che basta un attimo per mandare all’aria una reputazione costruita con grande rigore nell’arco di una vita intera, e come se non bastasse hanno anche storpiato il mio nome, Claudino l’hanno chiamato, ma come vi permettete?!?
Claudino – che quando sarà cresciuto voglio poi vedere che figura ci farà con quel nome – fa parte di un gregge di pecore pomarancine. La pomarancina è una pecora che produce pochissimo latte e per questo nessuno la vuole più. In teoria è un’animale divenuto obsoleto per l’allevamento: in pratica qui se ne tiene un gregge perché gli si è trovato una buona funzione: lo si lascia pascolare nell’uliveto così controlla il proliferare dell’erba e nello stesso tempo concima gli alberi.
Negli ultimi tempi sono nati molti agnellini e ora lo sport più diffuso è quello di dare il biberon ai piccoli. Non appena ti avvicini al gregge, gli agnellini ti riconoscono e ti corrono incontro per attaccarsi al biberon che svuotano in pochi minuti pompando latte come delle idrovore. Ne vorrebbero ancora e allora si mettono a succhiarti le dita nella speranza di poterne estrarre altro latte.

Ma non dovrebbe pensarci la mamma ad allattare i suoi piccoli? – direte voi.
Già, ma te l’ho già detto che la natura è spietata e quello che succede è che spesso i piccoli vengono abbandonati dalle madri. Le scene che ne risultano sono strazianti: gli agnellini vagano belando disperatamente per il gregge elemosinando latte e attenzioni che nessuno dei cinici ruminanti gli darà mai.
A dire il vero, a definire strazianti queste scene sono le solite wwoofer dal cuore di burro che scambiano gli animali per dei pupazzi di peluche da coccolare. A me invece non me ne frega niente: se madre natura ha voluto così, vorrà dire che ci sarà un buon motivo, bene e male sono invenzioni umane che non si possono applicare alle pecore e se non si capisce questo concetto non si può capire nulla di come funziona la vita su questo pianeta.
L’unico che sembra avere le idee ben chiare su come gira il mondo è Vittorio: lui vede in ogni agnellino un prelibato arrosto e gli viene l’acquolina in bocca al solo sentirlo nominare.
Comunque, vuoi per far vedere che non siamo del tutto insensibili, vuoi per distinguerci dagli altri animali, vuoi perché alla fine una pecora in più vien sempre utile, ci pensiamo noi umani ad accudire le bestiole abbandonate dalle loro madri tutt’altro che snaturate.
E quelli che insistono nel contrabbandare l’idea fasulla della disinteressata bontà animale contrapposta all’inesauribile cattiveria umana ci vadano loro a spiegare alle pecore che non dovrebbero abbandonare i loro figli: io ciò troppo da fare che devo dare il biberon a tre agnellini affamati.

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I cugini di campagna

14/06/2011 § 2 commenti

La luna è ottusa. Madre natura non chiama, non ti parla, anche se un ghiacciaio a volte scoreggia. E non prestare ascolto al Canto della Vita.
[dalla Dichiarazione del Minnesota di Werner Herzog ]

Negli Stati Uniti, chi non si adatta a vivere in città e ama la vita all’aria aperta viene chiamato country cousin – letteralmente “cugino di campagna”.
Ecco, io credo di poter essere considerato un cugino di campagna: un po’ perché questo nome mi diverte, un po’ perché cantare in falsetto è d’aiuto a quelli irrimediabilmente stonati come me. Perché coloro che sostengono che non esistono persone stonate raccontano delle gran balle, giacché il controllo della voce lo si fa con l’udito, e se hai l’orecchio un po’ farlocco col cavolo che riesci a cantare intonato. Ti sei mai chiesto perché i sordomuti parlano dicendo frasi incomprensibili come SZHEGHLE FTOO HA FAHFAA? Mica perché han dei problemi alle corde vocali, ma perché non sentono quello che dicono. Provaci te a sparare al buio e vediamo quanti bersagli centri.
Comunque, nella mia piccola carriera di cugino di campagna ho potuto constatare da vicino ciò che già sapevo: che la natura non è un’entità buona e romantica come vorrebbero farci credere i film di Walt Disney o le oasi del WWF, la natura è un sistema spietato che gronda sangue e morte,  un mondo nel quale bisogna lottare strenuamente  per la sopravvivenza tutti i giorni.
Più ti avvicini alla natura e più capisci perché l’uomo se n’è voluto allontanare: caprioli, cinghiali, volpi, scoiattoli, topi, cornacchie, storni, lumache, insetti, erbe infestanti, funghi e malattie sono in perenne ed instancabile competizione con lui per accaparrarsi cibo e, nonostante la supremazia tecnologica dell’homo sapiens, la lotta è impari.
Che piaccia o no, la figura che più si avvicina a ciò che quotidianamente succede in natura è quella del contadino, sì, proprio quello che uccide i caprioli a mani nude, che spara alle cornacchie, che innesca trappole e che sparge veleni, perché la sua sopravvivenza dipende dal raccolto che riuscirà a portare a casa strappandolo a tutti gli altri esseri viventi che come lui se lo vogliono mangiare. E se pensate che i contadini siano spietati fate bene, perché anche madre natura lo è.
D’altronde gli animalisti mica devono occuparsi di queste cose: loro di solito vivono in città e possono passare il loro tempo a preoccuparsi delle foche, delle balene, dei panda o di altri animali che non hanno mai visto in vita loro.
E, dall’alto della mio status di cugino di campagna, a quelli sciroccati che mi chiedono se sento le buone vibrazioni che la natura mi trasmette rispondo che no, non le sento affatto le vostre cazzo di vibrazioni e, siccome tra le mie numerosissime occupazioni c’è stata anche quella di commesso in un sexy-shop, fidati che di vibrazioni io me ne intendo.

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