Finché c’è benza c’è speranza

19/07/2011 § Lascia un commento

Vuoi un caffè ad alto impatto ambientale? mi chiede Marco.
Immediatamente non capisco a cosa si riferisca, poi, dopo qualche frazione di secondo, l’illuminazione arriva.
Ad alto impatto ambientale è il caffè della macchinetta espresso che abbiamo nella cucina grande, ironicamente Marco lo definisce così, e lo fa senza alcun tono polemico.
Il suo è invece il tono di chi ha raggiunto la consapevolezza del delirio su cui questo sistema è basato e, col cuore in pace, si può concedere la soddisfazione di compiere qualche gesto sprecando la massima quantità di risorse e possibilmente inquinando anche un po’.
Infatti, per farci pochi centilitri di caffè riusciamo a sprecare:

  • una cialda di plastica
  • un bicchiere di plastica
  • una bustina di carta per lo zucchero
  • una palettina di plastica per mescolare il caffè con relativo involucro di carta
  • una dose sproporzionata di energia elettrica per tenere calda l’acqua della macchinetta 24 ore su 24 anche se di caffè se ne fanno solo pochi al giorno.

A ben pensarci, considerando tutto il ciclo produttivo, (estrazione delle materie prime, trasporto, progettazione, trasformazione, stoccaggio, distribuzione etc) ci vuole più tempo ed energia a produrre tutti questi oggetti che per il loro utilizzo finale. In particolare, il caso più clamoroso è quello della paletta monouso per mescolare il caffè, un capolavoro assoluto di massimo spreco di risorse per ottenere il minimo risultato. Insomma, con una caffettiera, una tazzina di ceramica e un cucchiaino di acciaio si poteva rendere il rito del caffè molto più eco-compatibile, ma perché dannarsi?
Nonostante – o forse proprio perché – io sia perfettamente conscio di questo assurdo spreco di risorse, accetto di buon grado.

Quella in cui viviamo sarà ricordata come l’età del petrolio, così come ci sono state l’età della pietra, quella del ferro e quella del bronzo, un’era nella quale si è potuto sfruttare una risorsa flessibile ed economica per crescere a dismisura e potersi permettere il lusso di sprecare energia e risorse in quantità abnorme, depredando e inquinando l’ambiente, vivendo nell’era più opulenta della storia e riuscendo comunque ad essere infelici.
Nonostante i segni di una leggera inversione di tendenza comincino a farsi sentire, non credo che sia possibile arrestare la nostra folle corsa: questo sistema ha bisogno di crescere in continuazione per esistere, dunque non può essere modificato. L’unico modo per cambiare è quello di far arrivare questo modus vivendi alla sua naturale distruzione (che avverrà per esaurimento delle risorse, per lotte fratricide, epidemie, carestie o altre catastrofi assortite), dopodiché si potrà pensare di ricostruire qualcosa di diverso. Se avete fatto dei figli, siete degli irresponsabili.
Nel frattempo tanto vale spassarsela: siamo tra le ultime generazioni che potranno ancora fruire di energia e risorse a basso costo, dunque godiamoci questa era unica nella storia dell’uomo.
Come l’orchestra del Titanic che continuava a suonare imperterrita e impotente di fronte alla sciagura, anche a noi conviene divertirci fino all’ultimo minuto: finché c’è benza c’è speranza.

Dove va il bianco

26/06/2011 § 11 commenti

“Dove va il bianco quando la neve si scioglie?” (William Shakespeare)

È sulla costa toscana, una ventina di chilometri a sud di Livorno, che la preziosa domanda di Shakespeare trova finalmente una risposta: come tanti altri rifiuti, il bianco della neve finisce in mare. Un canale sciabordante di acqua color latte scarica incessantemente gli scarti di lavorazione della più grande sodiera d’Europa, la sodiera Solvay, un’enorme complesso industriale che produce bicarbonato di sodio, acido cloridrico e altre cose buone.
Il tratto di costa che fronteggia l’impianto industriale è uno spettacolo surreale che solo una civiltà folle come la nostra poteva escogitare. Depositatisi per decenni, gli scarichi di carbonato di calcio della Solvay si sono trasformati in una spiaggia dalla sabbia bianchissima bagnata da un mare dalle acque opali: c’è quanto basta per poter credere di trovarsi ai Caraibi e per illudersi che in qualche caso l’attività industriale possa migliorare l’ambiente.

Ma per tornare alla realtà basta voltarsi verso l’entroterra: l’enorme stabilimento della Solvay incombe minaccioso con le sue torri fumanti.

Siamo a Rosignano Solvay, la frazione di Rosignano Marittimo nata attorno alla fabbrica che gli ha dato il nome.
Le celebri spiagge bianche sono sempre affollate e tanti sono i bagnanti che si immergono felici nel mare dall’ingannevole aspetto immacolato.
Già, se gli scarichi fossero stati di colore marrone sta pur sicuro che di bagnanti se ne sarebbero visti pochi. Invece il bianco sa di pulito e poco importa che quelle acque siano avvelenate da oltre 500 tonnellate di mercurio scaricate in quasi un secolo di attività industriale, permettendo alla spiaggia di conquistarsi un posto tra i 15 siti costieri più inquinati del Mediterraneo.
Probabilmente queste sostanze creano anche una forte dipendenza, tant’è che alcuni nuotatori sono costretti a risalire i canali che scendono dalla fabbrica per cercare dosi sempre maggiori di inquinanti.

Immagino che questi ragazzotti si opporrebbero con tutte le loro forze alla costruzione di una discarica dietro casa loro, mentre a quanto pare non trovano nulla di strano nello sguazzare nel veleno. Il segreto credo stia in quel cartello rosso che si vede in alto a destra: lì c’è scritto “CANALE INDUSTRIALE – DIVIETO DI BALNEAZIONE” e rende quelle acque irresistibili, perché lo sanno tutti che se scrivi su una porta “VIETATO ENTRARE” e poi vai a farti un giro, al tuo ritorno dietro a quella porta ci troverai una festa.

Dove sono?

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