La notte dei fagiolini viventi

11/06/2012 § 1 Commento

Benvenuti ragazzi.

L’allegro mietitore

23/05/2012 § 7 commenti

L’avevo scoperta la scorsa estate grazie al mai abbastanza elogiato Nicola di Orto di Carta che mi aveva insegnato ad usarla.
Ora il caso ha voluto che ne ritrovassi una tra gli attrezzi lasciati qui dal proprietario della casa ove abito.
È una falce, uno strumento antico che sta vivendo una seconda giovinezza grazie agli adepti dei nuovi modi di fare agricoltura in modo sostenibile.
Infatti, se si dispone di una falce dotata di manico regolabile e di una lama ben affilata, non solo ci si trova tra le mani un attrezzo dalle inaspettate potenzialità, ma tagliare l’erba diventa un piacere del quale si rischia di non poter più a fare a meno.
Regolando la posizione dei manici alle dimensioni del proprio corpo, la si può utilizzare mantenendo la schiena perfettamente diritta; un ben dosato movimento rotatorio del busto garantirà che il vostro lavoro avvenga con uno sforzo contenuto. Un po’ di pratica con l’attrezzo vi consentirà di ottenere una velocità di taglio sorprendentemente elevata e una notevole precisione nel falciare anche negli angoli più difficili.

Non si tratta di nostalgia del passato o di un testardo rifiuto delle tecnologie moderne: la falce ha enormi vantaggi rispetto al decespugliatore e alla falciatrice.
Niente rumore assordante di motori a scoppio, niente gas di scarico che ti arrivano dritti nel naso, nessun frammento di erba che ti schizza addosso imbrattandoti da capo a piedi, nessun bisogno di utilizzare una maschera protettiva, niente cuffie antirumore, niente guasti meccanici, nessuna spesa di carburante e manutenzione.
Solo un lento ed armonioso movimento della lama. Solo la soddisfazione di sentire i fili d’erba che cadono sotto la pressione dei vostri muscoli. Solo la naturalezza di eseguire un lavoro seguendo il vostro ritmo e non quello di una macchina. Solo il piacere di fermarsi di tanto in tanto per riposarsi un istante, guardare il paesaggio e ravvivare il filo della lama sfregandola col la cote, l’apposita pietra. In altre parole, è un gesto di profonda bellezza che coinvolge appieno corpo e mente appagandoli entrambi.
Ecco spiegato perché la falce è diventata immediatamente il mio strumento prediletto: ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara scendo in giardino, la imbraccio e taglio un po’ d’erba. È il modo che ho io di scacciare la tristezza e regolare la circolazione: dopo una mezz’oretta mi sento soddisfatto ed in pace con il mondo.

Solo, dovrei smetterla di falciare indossando la mia felpa nera col cappuccio: i vicini cominciano a guardarmi con sospetto.

Il guanto di sfida

16/05/2012 § 1 Commento

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso (Guy Debord)

Da un po’ di tempo, quando al supermercato maneggio frutta e verdura lo faccio a mani nude, senza utilizzare l’apposito guanto usa e getta che severi cartelli invitano ad usare.
Non è per sbadataggine o per scarso senso civico: è un gesto che faccio con piena consapevolezza.
Ingannati dal loro aspetto lucido ed asettico, evidentemente ci siamo dimenticati che quella frutta e verdura provengono dalla terra e non da una camera sterile, che sono state esposte per mesi a insetti, vermi e merda di animali e che raccolta e stoccaggio avvengono senza troppa preoccupazione per la pulizia, dunque maneggiarli coi guanti è un’attenzione tardiva e del tutto fuori luogo.
Ma il vero problema è un altro.
A meno che i vegetali non provengano da colture biologiche, sicuramente sono stati trattati con abbondanti dosi di pesticidi, sostanze che un’apposita legislazione e le avvertenze stampigliate a caratteri piccoli sulle loro etichette vi invitano ad utilizzare seguendo severe precauzioni che hanno un solo scopo: evitare che vengano a contatto con chi le utilizza e chi gli sta attorno. E indovina perché? Perché i pesticidi sono veleni, non solo per gli insetti e per le erbacce ma anche per l’uomo.

Dovrebbe allora essere chiaro che utilizzare precauzioni igieniche da sala operatoria per maneggiare una mela al supermercato è paradossale e distrae l’attenzione dal vero problema: se chi ha toccato le mele prima di me si era infilato le dita nel naso è veramente poca cosa rispetto al fatto che quella mela è ricoperta da veleni che potrebbero provocarmi un tumore o altri caratteristici segni del progresso. È un po’ come usare i guanti di plastica per maneggiare della barre di uranio preoccupandosi del fatto che sono sporche e non che sono radioattive.

Penso spesso a come i posteri potranno giudicare la nostra epoca delirante, e credo che la scena di un uomo che si preoccupa di usare un guanto per non contaminare una mela avvelenata sia emblematica nonché irresistibilmente ridicola.
Siccome io ci tengo a non risultare ridicolo – non solo oggi ma anche e soprattutto agli occhi dei posteri – mi rifiuto di usare il futile guanto di plastica e proseguo in questo mio piccolo gesto di disobbedienza. Il ferreo disappunto di chi non mancherà di lamentarsi del mio barbaro comportamento potrà essere una buona occasione per intavolare discussioni che vadano finalmente a rovesciare il significato di certi gesti ormai dati per scontati.
O più sbrigativamente, potrò fornire la stessa risposta che Marco, un coltivatore biologico conosciuto in Toscana, diede un giorno ad una massaia che lo stava rimproverando proprio perché maneggiava la verdura senza precauzioni: “Non si preoccupi signora, poi a casa mi lavo le mani!”

 

Autobahn

15/05/2012 § Lascia un commento

Avevo notato subito che la casa dove sarei andato ad abitare era molto vicina all’autostrada: non più di un chilometro a giudicare da un rapido sguardo sulla cartina. Eppure la Manu, lei che ci aveva anche dormito in quella casa, giurava che il rumore dell’autostrada non si sentiva assolutamente.
Ora che ci abito lo posso affermare con certezza: col cazzo che non si sente l’autostrada: si sente eccome!
Non smetto mai di sorprendermi di come i suoni, nella loro intensità e qualità, vengano poco considerati oggigiorno. Si dice sempre che siamo nella società dell’immagine e probabilmente è vero. Eppure i suoni hanno ancora la forza di colpire l’immaginazione in un modo che ciò che percepiamo con gli occhi raramente riesce a fare.
Ecco perché credo che la chirurgia plastica dovrebbe occuparsi, oltre che della parte visibile dei corpi, anche di quella udibile: molto più di limare qualche zigomo o d’aggiungere un paio di ettogrammi di tette, l’accordatura delle corde vocali è l’intervento del quale il mondo ha veramente bisogno.
Sì, si sente l’autostrada dalla casa ove abito ora, ma non dà particolarmente fastidio: è un drone continuo dalla tonalità informe, un rombo che ricorda quello dell’oceano e che si percepisce solo se gli si presta attenzione, comunque molto meglio del caos irrequieto del traffico cittadino o del dover dormire a fianco di una persona che russa.
Mi viene in mente La Monte Young. Il pioniere del minimalismo ha sempre sostenuto che la sua principale ispirazione era stato il ronzio dei pali delle linee telefoniche che attraversavano la zona in cui era cresciuto. Io non sono un musicista, ma sono sicuro che a lungo andare il via-vai dei camion sull’autostrada sortirà qualche effetto su di me: non oso immaginare quale.

Salti Mortali

21/01/2012 § 2 commenti

Rieccomi.
Per dare anche solo una vaga idea della mia monumentale pigrizia, si sappia che nel tempo che io ci ho messo a scrivere questo post c’è chi si è costruito una casa.
Devo sbrigarmi a scrivere, perché i ricordi degli ultimi mesi cominciano già a sbiadire. Ancora una volta, dai ricordi si passa ai ricordi dei ricordi.
Ricordo che ero a Sassuolo, ove per motivi inspiegabili c’era uno straordinario festival di cortometraggi con ospiti da tutto il mondo. Credo anche che stessero girando l’ennesimo episodio di Guerre Stellari, non ho capito bene.
Poi mi sono ritrovato in un aranceto a mezza via tra un vulcano e il mare in un paese dal nome didascalico come quelli delle fiabe: Fiumefreddo. Avevo un coltello in mano e stavo tagliando nocciole, seduto tra un capitano di lungo corso in pensione ed un giovane gay canadese.
Dopodiché, io e un buffo signore tedesco che sembrava Peter Sellers in Hollywood Party ci siamo cimentati nell’ardua impresa di costruire un controsoffitto senza che nessuno di noi avesse la minima idea di come si facesse. Parlavamo un misto di italiano, inglese, tedesco, francese, giapponese e russo, un miscuglio piuttosto sorprendente se si considera che io conosco solo le prime due di queste lingue. Dopo mille peripezie siamo riusciti a ultimare la nostra opera con un risultato sorprendente. Un controsoffitto, abbiamo scoperto, oltre ad essere “un’opera edile costituita da una superficie piana dalla struttura leggera posta al di sotto del soffitto”, è il punto d’incontro perfetto fra lo Zen, il surrealismo e la psicolinguistica.

Sono sicuro che non si è trattato di un sogno. Ma allora, come è potuto accadere tutto questo?
Deve essere per il fatto che mi piace partire.
Mi piace partire perché mi da quel senso di euforia che si ha quando sta per accadere qualcosa: è creare un attesa, smuovere le acque sperando che il pantano prenda una forma diversa.
Mi piace partire per il piacere di provare il sottile dispiacere di lasciare persone con le quali sono stato bene e averne poi nostalgia. Persone frequentate solo per qualche giorno o settimana, un tempo sufficiente per entrare in sintonia ma non abbastanza lungo per scoprire i difetti. Di loro, che probabilmente non rivedrò mai più, mi rimarrà un ricordo che il tempo levigherà per bene fino a renderlo perfetto.
Muoversi in continuazione alimenta l’instabilità e spiana la strada all’inconcludenza, due elementi che per me racchiudono il più profondo senso dell’essere. È anche la risposta perfetta a quelli che ancora insistono nel chiedermi cosa faccio nella vita. “Viaggio” mi sembra una risposta che possa soddisfare l’interlocutore ed allo stesso tempo proteggere per bene la mia intenzionale mancanza di intenzioni.

Quello che ho capito in questi due anni di viaggi attraverso fattorie è che la maggior fatica del WWOOFer non è mica quella di usare la zappa.
La vera fatica è quella di riuscire ad adagiarsi con naturalezza alle novità che si incontrano continuamente, di affrontare gli imprevisti, di avere la prontezza di raccogliere anche quello che non si era cercato, di riuscire a distillare il peggio estraendone il meglio.
Trovarsi ogni due settimane in un posto diverso è una versione accelerata della vita: in poco tempo si conoscono una miriade di persone, storie, luoghi, odori, sapori, suoni, abitudini differenti che non sempre sono come le vorresti ma alle quali ogni volta devi saperti adattare rapidamente. Un solo mese vissuto così può valere un anno intero di una vita routinaria. È un continuo mettersi alla prova. È l’avere sempre i petardi sotto al culo. È un’opera faticosa ma entusiasmante che tenta di indagare su uno dei pochi argomenti che valga ancora la pena di essere esplorato: sé stessi.

Ho visto anche delle torri piezometriche felici

05/12/2011 § 2 commenti

Cosmogonia palermitana (Torri Piezometriche #7)

04/12/2011 § Lascia un commento

torri piezometriche palermo

Non c’è niente da fare: ogni volta che qualcuno si prende la briga di dedicare un cartello informativo sulle torri piezometriche io mi commuovo.
Qui, in Piazza Capuccini a Palermo, si raggiungono vette poetiche mai incontrate prima: “Cosmogonia Palermitana – Torri d’Aqua, trait d’union tra arte ed architettura”
E giù a spiegare che “le torri d’acqua, dette anche castelletti o torri piezometriche, costituivano il il sistema di distribuzione idrica utilizzato a Palermo a partire dal XVI Secolo circa fino ai primi del Novecento (…) che alcuni ritengono sia di origine araba mentre altri romana” con relativa mappa delle torri piezometriche cittadine.
A volte basta poco per essere felici.

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