Salti Mortali

21/01/2012 § 2 commenti

Rieccomi.
Per dare anche solo una vaga idea della mia monumentale pigrizia, si sappia che nel tempo che io ci ho messo a scrivere questo post c’è chi si è costruito una casa.
Devo sbrigarmi a scrivere, perché i ricordi degli ultimi mesi cominciano già a sbiadire. Ancora una volta, dai ricordi si passa ai ricordi dei ricordi.
Ricordo che ero a Sassuolo, ove per motivi inspiegabili c’era uno straordinario festival di cortometraggi con ospiti da tutto il mondo. Credo anche che stessero girando l’ennesimo episodio di Guerre Stellari, non ho capito bene.
Poi mi sono ritrovato in un aranceto a mezza via tra un vulcano e il mare in un paese dal nome didascalico come quelli delle fiabe: Fiumefreddo. Avevo un coltello in mano e stavo tagliando nocciole, seduto tra un capitano di lungo corso in pensione ed un giovane gay canadese.
Dopodiché, io e un buffo signore tedesco che sembrava Peter Sellers in Hollywood Party ci siamo cimentati nell’ardua impresa di costruire un controsoffitto senza che nessuno di noi avesse la minima idea di come si facesse. Parlavamo un misto di italiano, inglese, tedesco, francese, giapponese e russo, un miscuglio piuttosto sorprendente se si considera che io conosco solo le prime due di queste lingue. Dopo mille peripezie siamo riusciti a ultimare la nostra opera con un risultato sorprendente. Un controsoffitto, abbiamo scoperto, oltre ad essere “un’opera edile costituita da una superficie piana dalla struttura leggera posta al di sotto del soffitto”, è il punto d’incontro perfetto fra lo Zen, il surrealismo e la psicolinguistica.

Sono sicuro che non si è trattato di un sogno. Ma allora, come è potuto accadere tutto questo?
Deve essere per il fatto che mi piace partire.
Mi piace partire perché mi da quel senso di euforia che si ha quando sta per accadere qualcosa: è creare un attesa, smuovere le acque sperando che il pantano prenda una forma diversa.
Mi piace partire per il piacere di provare il sottile dispiacere di lasciare persone con le quali sono stato bene e averne poi nostalgia. Persone frequentate solo per qualche giorno o settimana, un tempo sufficiente per entrare in sintonia ma non abbastanza lungo per scoprire i difetti. Di loro, che probabilmente non rivedrò mai più, mi rimarrà un ricordo che il tempo levigherà per bene fino a renderlo perfetto.
Muoversi in continuazione alimenta l’instabilità e spiana la strada all’inconcludenza, due elementi che per me racchiudono il più profondo senso dell’essere. È anche la risposta perfetta a quelli che ancora insistono nel chiedermi cosa faccio nella vita. “Viaggio” mi sembra una risposta che possa soddisfare l’interlocutore ed allo stesso tempo proteggere per bene la mia intenzionale mancanza di intenzioni.

Quello che ho capito in questi due anni di viaggi attraverso fattorie è che la maggior fatica del WWOOFer non è mica quella di usare la zappa.
La vera fatica è quella di riuscire ad adagiarsi con naturalezza alle novità che si incontrano continuamente, di affrontare gli imprevisti, di avere la prontezza di raccogliere anche quello che non si era cercato, di riuscire a distillare il peggio estraendone il meglio.
Trovarsi ogni due settimane in un posto diverso è una versione accelerata della vita: in poco tempo si conoscono una miriade di persone, storie, luoghi, odori, sapori, suoni, abitudini differenti che non sempre sono come le vorresti ma alle quali ogni volta devi saperti adattare rapidamente. Un solo mese vissuto così può valere un anno intero di una vita routinaria. È un continuo mettersi alla prova. È l’avere sempre i petardi sotto al culo. È un’opera faticosa ma entusiasmante che tenta di indagare su uno dei pochi argomenti che valga ancora la pena di essere esplorato: sé stessi.

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Nell’orto di carta

18/08/2011 § 6 commenti

Un cantiere in un prato tra le macerie di una casa. Una tenda, una roulotte e un capanno in lamiera. Questo è tutto ciò che vedo arrivando all’Orto di Carta.
Orto di Carta é un’associazione per la sperimentazione e diffusione di un’agricoltura di sussistenza e scambio basata sui principi della Permacultura e dell’agroecologia che avrà sede a Lessolo nei pressi di Ivrea. Avrà sede significa che la sede non esiste ancora: sarà una casa costruita con la tecnica delle balle di paglia, con tutti i problemi burocratici che comporta l’utilizzare tecniche e materiali che la legislazione italiana ancora ignora.
Orto di Carta è anche un blog che tratta i suddetti temi senza dogmi, con intelligenza, competenza interdisciplinare e soprattutto molta ironia.
Insomma, se in Italia troppo spesso le persone che si occupano di agricoltura naturale sono dei fricchettoni o dei cialtroni imbevuti di patetica pseudo-spiritualità, l’approccio di Nicola – che è la persona che è alla guida dell’associazione – si allinea perfettamente col mio pensiero di materialismo spirituale, un apparente ossimoro che chi crede nel potere delle vibrazioni emesse dai cristalli non potrà mai ambire di comprendere.
Uno che nel suo blog scrive frasi come "Potrei dire che cerchiamo l’unione con Gaia, la madre terra e le sue energie più sottili, se riuscissi a mantenere un’espressione seria mentre lo dico e se il nespolo riuscisse a dissimulare l’imbarazzo di fronte a questa mia affermazione" non lascia dubbi: ho finalmente trovato qualcuno in grado di insegnarmi qualcosa senza per forza tirare in ballo le scie chimiche, le profezie dei guerrieri di Atlantide e teorie complottiste di ogni genere.

La sistemazione è spartana: si dorme in una tenda, si cucina con una rocket stove autocostruita, ci si lava come si può e si vive tutto il tempo all’aperto diventando cibo per le zanzare. Se tutto questo non vi spaventa – e secondo me non c’è nessun motivo per cui dovrebbe farlo – allora potrete mettervi comodi (si fa per dire) e godervi lo spettacolo che ogni giorno Nicola prepara per voi. Uno sciame di parole vi intratterrà posandosi ininterrottamente sui temi dell’agricoltura naturale così come sul cinema, sulla musica e sulla letteratura, sempre con un approccio allegro, intelligente e avvincente. Se vi lasciate trasportare, non vi sorprenderete se poi per fare l’orto utilizzerete attrezzi inusuali come l’avvitatore, il piede di porco e il fuoco. E anche molto caffè.
Le giornate trascorrono con ritmi messicani: sembra sempre di non star facendo niente eppure le cose compaiono qua e là. Ne trovate un resoconto e qualche foto qui http://www.ortodicarta.eu/teslavive/vacanze-estive/

Tra i momenti memorabili va sicuramente annoverato il viaggio di 30 km a bordo di questo inusuale veicolo:

Si tratta di un chicken tracktor caricato sul furgone per essere traslocato: si noti la finezza dell’abbinamento di colori tra il pollaio mobile e il furgone, nonché la polena a forma di testa di gallina. Le facce della gente nel vederci transitare a bordo di questa Batmobile per polli le lascio immaginare a voi.

Non c’è pace tra gli ulivi

18/07/2011 § Lascia un commento

No-no-no-no-no-no-no-no-no-no, calma-calma-calma-calma-calma-calma-calma, chi diavolo vi ha dato il permesso di dare il mio nome all’agnellino che è appena nato?!?
Che basta un attimo per mandare all’aria una reputazione costruita con grande rigore nell’arco di una vita intera, e come se non bastasse hanno anche storpiato il mio nome, Claudino l’hanno chiamato, ma come vi permettete?!?
Claudino – che quando sarà cresciuto voglio poi vedere che figura ci farà con quel nome – fa parte di un gregge di pecore pomarancine. La pomarancina è una pecora che produce pochissimo latte e per questo nessuno la vuole più. In teoria è un’animale divenuto obsoleto per l’allevamento: in pratica qui se ne tiene un gregge perché gli si è trovato una buona funzione: lo si lascia pascolare nell’uliveto così controlla il proliferare dell’erba e nello stesso tempo concima gli alberi.
Negli ultimi tempi sono nati molti agnellini e ora lo sport più diffuso è quello di dare il biberon ai piccoli. Non appena ti avvicini al gregge, gli agnellini ti riconoscono e ti corrono incontro per attaccarsi al biberon che svuotano in pochi minuti pompando latte come delle idrovore. Ne vorrebbero ancora e allora si mettono a succhiarti le dita nella speranza di poterne estrarre altro latte.

Ma non dovrebbe pensarci la mamma ad allattare i suoi piccoli? – direte voi.
Già, ma te l’ho già detto che la natura è spietata e quello che succede è che spesso i piccoli vengono abbandonati dalle madri. Le scene che ne risultano sono strazianti: gli agnellini vagano belando disperatamente per il gregge elemosinando latte e attenzioni che nessuno dei cinici ruminanti gli darà mai.
A dire il vero, a definire strazianti queste scene sono le solite wwoofer dal cuore di burro che scambiano gli animali per dei pupazzi di peluche da coccolare. A me invece non me ne frega niente: se madre natura ha voluto così, vorrà dire che ci sarà un buon motivo, bene e male sono invenzioni umane che non si possono applicare alle pecore e se non si capisce questo concetto non si può capire nulla di come funziona la vita su questo pianeta.
L’unico che sembra avere le idee ben chiare su come gira il mondo è Vittorio: lui vede in ogni agnellino un prelibato arrosto e gli viene l’acquolina in bocca al solo sentirlo nominare.
Comunque, vuoi per far vedere che non siamo del tutto insensibili, vuoi per distinguerci dagli altri animali, vuoi perché alla fine una pecora in più vien sempre utile, ci pensiamo noi umani ad accudire le bestiole abbandonate dalle loro madri tutt’altro che snaturate.
E quelli che insistono nel contrabbandare l’idea fasulla della disinteressata bontà animale contrapposta all’inesauribile cattiveria umana ci vadano loro a spiegare alle pecore che non dovrebbero abbandonare i loro figli: io ciò troppo da fare che devo dare il biberon a tre agnellini affamati.

Fattoria sociale

12/07/2011 § 1 Commento

[Contro ogni repressione, cottolengo – Anonimo, tecnica mista su muro scrostato – Pisa, 2011 ca]

Innanzitutto il lavoro fa male.
Tanto è vero che quando un medico visita un ammalato, come prima cosa gli dice: riposo assoluto!
Hai mai sentito dire: lavoro assoluto?”
(Eduardo De Filippo)

“Ma te ti trovi bene qui?” mi sento chiedere da lontano mentre sono chinato in un campo a raccogliere mazzetti di erba cipollina. A pormi la domanda è Vittorio, 48 anni, affidato dai servizi sociali a lavorare qui nell’azienda agricola ove sto proseguendo la mia tournée come wwoofer.
Vittorio ha avuto un’infanzia difficile: è cresciuto in un orfanotrofio fino a che non l’hanno cacciato anche da lì. Tredici anni fa ha cominciato ad avere problemi psichiatrici e ha dovuto smettere di lavorare.
Ora viene qui tutte le mattine. Gli piace, questo posto lo fa stare bene anche se non è che faccia granché, ed è giusto così: ci ha messo tanti anni per raggiungere lo status di malato mentale ed ora si gode la libertà di poter lavorare solo quando ne ha voglia.
Scherzosamente lo chiamano “il caporale” perché a volte ci dice quello che dobbiamo fare e poi se ne sta lì seduto a guardarci lavorare mentre fuma una sigaretta dietro l’altra. In verità Vittorio è una persona buonissima ed è amato e rispettato da tutti. Spesso alla domenica ci porta al mare con la sua vecchia Uno scassata in uno di quei posti stupendi e poco affollati che solo chi abita qui in zona conosce.
Sentendomi chiedere da Vittorio se mi trovo bene, per un attimo ho pensato che mi stesse facendo la domanda da pari a pari, come se anche io fossi stato mandato qui dai servizi sociali. È che tutte le volte che mi trovo in luoghi che ospitano persone problematiche mi succede di pensare che forse a mia insaputa anche io sono lì per curarmi.
In effetti la differenza tra sanità e malattia è molto labile: Fabio, uno dei soci della fattoria, mi ha raccontato che tempo fa, recatosi all’USL per espletare alcune formalità relative all’accoglienza di Vittorio, fu scambiato per un matto. La persona con la quale stava parlando, dopo avergli fatto una fila di domande, resosi conto che non aveva a che fare con l’assistito ma con uno dei gestori dell’azienda, fece finta di niente, chiuse il fascicolo che stava compilando e ne aprì un altro proseguendo imperterrito la sua intervista.
Comunque sì, mi trovo bene qui, e penso anche che sia stata una buona idea quella di smettere di lavorare, sennò andava a finire che facevo la fine di Vittorio.
E se davvero sono stato mandato qui dai servizi sociali, vi chiedo di continuare a far finta di niente, probabilmente fa parte della cura.

La vera storia dell’umanità (Volume Secondo)

26/05/2011 § Lascia un commento

DISCLAIMER: questo post contiene informazioni che potranno cambiare per sempre la vostra esistenza. Usatele con prudenza e non divulgatele per nessuna ragione al mondo.

Questo è un momento importante della mia vita: è il momento nel quale posso dire a ragion veduta che prima d’ora non avevo mai sentito dire tante stronzate concentrate in così poco tempo.
Viaggiare come wwoofer comporta qualche rischio, uno dei quali è quello di imbattersi in gente che crede nelle più becere superstizioni.
Il mondo delle fattorie del circuito wwoof è pieno di persone che hanno fatto scelte di vita inusuali, molte delle quali seguendo credenze spirituali o filosofiche non proprio ortodosse.
Per questo evito come la peste aziende agricole dove si pratica yoga o qualunque tipo di attività spirituale, ma non sempre si può evitare di fare brutti incontri.
Sebbene si presentasse come un posto sobrio abitato da gente dedita a razionali per quanto innovative tecniche agricole, la fattoria ove ho trascorso quasi due mesi mi ha riservato spiacevoli sorprese: insomma, la straordinaria capacità di trasformare l’oro in merda è arrivata anche in un posto remoto come questo.
Già i primi sentori li ho avuti al primo incontro, quando si accennò al fatto che il clima sta mutando e che ci sono strane scie lasciate dagli aerei con l’intento di creare artificialmente pioggia. Ci si fosse fermati lì poco male, le teorie complottiste – anche le più improbabili e prive di ogni minima logica – sono sempre affascinanti ed allo stesso tempo alimentano quel bel senso d’impotenza che ci permette di poterci serenamente rassegnare allo svolgersi degli eventi.
Invece è diventato un tormentone e ogni volta che nel cielo appare la scia d’un aeroplano ecco che fioccano previsioni secondo le quali da lì a poco verrà a piovere.
Previsioni che a dire il vero in qualche modo ci azzeccano, poiché, trattandosi di scie di aerei di linea che passano tutti i giorni, possiamo essere certi che precederanno qualunque evento, si tratti di una normale pioggia, di un terremoto, della morte del Papa, di un colpo di stato, delle mestruazioni, dell’arrivo degli alieni, della ricomparsa di Elvis etc…

Questo è il risultato di un’instancabile opera di abuso della credulità popolare che, facendo forza su quozienti intellettivi inferiori a quello della vostra scarpa sinistra, dà vita ad una pseudo spiritualità da quattro soldi, un cumulo di paccottiglia per nulla intrigante che una volta si chiamava New Age.
Guarda un po’ di quali stupefacenti libri si nutre la loro anima: questa è la quarta di copertina del fondamentale “Da Atlantide alla Superconsapezolezza – La vera storia dell’umanità (Volume Secondo)”

Tra le tante sconvolgenti rivelazioni di questo Ramtha (un guerriero vissuto ai tempi di Atlantide che oggi parla attraverso qualche cialtrone che ha capito come fare i soldi) c’è addirittura quella secondo la quale ci sarebbe un pianeta Terra gemello che se la gira inosservato nel sistema solare:

Come se un solo messia non bastasse, si aggiunge anche tale Kryon con le sue profezie “tutte regolarmente avveratesi”. Peccato che un’occhiata al suo libro dimostra che invece non ne ha azzeccata una. E dire che il volume contenente le profezie “che dovranno accadere entro il 2010” fu pubblicato nel 2004: a così pochi anni di distanza non sarebbe stato neanche tanto difficile azzeccarci.

Senza bisogno di proferire parola io ho mi sono creato immediatamente la nomea di “miscredente”: a convincerli è bastato il mio sguardo pietrificato di fronte ai loro discorsi deliranti.
Come altrimenti posso definire teorie secondo le quali i cinesi provengono dalla Luna (ma quando maiiii ??!!!???), viaggi nel tempo, imminente fine del mondo, teorie complottiste di ogni tipo, visioni apocalittiche sul destino dell’umanità, citazioni riportate in maniera imprecisa ed utilizzate in maniera arbitraria, teorie di scienziati mai sentiti nominare (come quella ridicolissima del fisico che negli anni trenta avrebbe osservato l’atomo constatando che possiede una propria volontà) oppure che Hitler non era matto ma era il Demonio in persona o ancora che il tempo negli ultimi due anni scorrerebbe più velocemente del solito.
Ma la cosa che più mi fa imbestialire è il loro continuo e inconcludente ricorso alle parole “vibrazioni” ed “energia” utilizzate sempre e comunque a sproposito: questo posto “ha un’energia buona”, qui ci sono delle “vibrazioni positive”, fino ad arrivare all’ecumenico ed immancabile “tutto vibra”.
Io invece le uniche vibrazioni che sento sono quelle trasmesse al tavolo dalla mia gamba che si muove nervosamente all’udire queste stronzate che dimostrano – questa volta in maniera inequivocabile – che queste persone hanno la spiritualità di un paracarro.
Se esiste un Dio, voi siete nei guai.

Sconfiggere la morte

24/04/2011 § Lascia un commento

Amore, proprio in un posto dal nome così improbabile dovevo finire?
Senza morte – a-mors – è l’etimologia di questa parola, o almeno così insisteva a dire quella là.
Allora che ci vada lei a spiegarla al contadino che mi ospita, un omino dall’aspetto mite e dai modi gentili che dopo avermi fatto venire gli occhi a spirale coi suoi discorsi di filosofia indiana mi ha confessato di aver catturato e ucciso un capriolo a mani nude.
Invero non si è trattato proprio di una confessione: me ne ha parlato con la spontaneità di chi è conscio che l’uomo è parte della natura e come tutti gli altri animali si difende da ciò che minaccia le sue attività. Si fa presto a fare gli animalisti seduti su una poltrona in città: se invece hai cinque ettari di terreno nel quale hai faticosamente piantato decine di giovani alberi che vengono continuamente scorticati dai caprioli, la tua visione del mondo fa presto a cambiare e il (presunto) amore universale dell’animalista lascia spazio all’istinto di sopravvivenza.
Il cervide, evidentemente poco edotto sulle norme che regolano l’accesso alla proprietà privata, aveva osato oltrepassare il confine in cerca di cibo: d’altronde si sa che i contadini sono animali territoriali e se ti azzardi ad entrare nel loro spazio potresti rimanerci per sempre, soprattutto se hai il pessimo vizio di rosicchiare le cortecce degli alberi danneggiandoli gravemente.
Perché gli agricoltori, anche i più pacifici, diventano delle bestie quando si mette in ballo l’integrità dei loro raccolti: mi torna in mente di quando da bambino si narrava di contadini che sparavano col fucile caricato a sale a chi osava andargli a fregare i marusticani.
E poi ormai è chiaro che chi pratica agricoltura biologica ha un’unica buona ragione per non ricorrere alle armi chimiche: preferisce affrontare il nemico in una sana lotta corpo a corpo.

Memorie #6 – Il Tempo dei Limoni

04/10/2010 § Lascia un commento

6 marzo 2010

Nonostante il tempo sia ancora instabile, la primavera comincia a lanciare i primi segni, uno dei quali è stata la timida comparsa, sui rami del nespolo in giardino, di un camaleonte.
Appena uscito dal letargo invernale, si muoveva leeeeeeeeen-tiiiiiiiii-sssssssss-iiiiiii-mooooooo, sicuro di non essere scorto avendo assunto il colore verde scuro delle foglie dell’albero.
Invece io l’ho visto, anche se porto gli occhiali, quindi ci sono animali che ci vedono peggio di me.
Poi ad un certo punto – FOP! – la lingua rapidissima è scattata fuori dalla bocca a caccia di insetti.
Introdotti in Algarve dal nordafrica, sono animali mansueti lunghi una quindicina di centimetri, la cui presenza è indice della naturalezza delle coltivazioni poiché non sopravviverebbero all’uso di pesticidi.
Comunque, il giorno successivo alla sua comparsa è tornato a piovere: mi sa che si è sbagliato a puntare la sveglia.

Nelle due giornate in cui sapevamo che al pomeriggio sarebbe piovuto – che noi ci si fida di una scienza inesatta come le meteorologia e si consultano in internet le previsioni di Wind Guru, che è un sito per surfisti ma va bene lo stesso – al mattino ci siamo dedicati alla concimazione di alcuni alberi di limone.
Allora mi è tornata in mente “Il tempo dei limoni”, una canzone di Luigi Tenco dal testo sciocchino che fa:

Se non è ancora il tempo dei limoni
Li assaggi e dici che non sono buoni
Ma se tu aspetti il loro tempo
Arriva poi il momento
In cui li troverai
Dolci come li vuoi

che mi è sembrata la colonna sonora perfetta.
Anche se, a dire il vero, quella dei limoni è solo una metafora, alla fine è l’ennesima canzone d’amore, che bisogna dire che nel ‘900 i limoni sono stati piuttosto trascurati dal mondo delle canzonette e sarebbe anche ora di colmare questo vuoto.
A proposito di limoni, mi sono dilettato nel mio primo innesto tra un limone e un broccolo. Questo è il risultato:

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