Lo sanno anche i muri

29/12/2010 § Lascia un commento

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Birre Imperiali

01/12/2010 § Lascia un commento



Di ritorno dopo cinque mesi trascorsi in Portogallo a fare il contadino, mi aspettavo che mi si rivolgessero domande su com’è la vita in campagna, sullo stile di vita, la lingua e la cultura di un paese straniero.
Invece no. la domanda più frequente che gli amici mi hanno posto è stata:
“Com’è la birra in Portogallo?
Che io, lo ammetto, ci son rimasto abbastanza male. Pensavo di poter dissertare sulle qualità della vita contadina contrapposta a quella di città, sulla semplicità di un popolo ancora non del tutto fagocitato dalla modernizzazione, sulla maestosità dell’oceano e sulle qualità di quel meraviglioso sistema di coltivare la terra chiamato permacultura.
Che secondo me a Neil Armstrong non gli han mica chiesto com’era la birra sulla Luna, o magari gliel’hanno anche chiesto ma non l’han fatto sapere troppo in giro per non intaccare l’aurea scientifica della missione.
Comunque, visto che vi interessa tanto, sappiate che la birra in Portogallo è buona e soprattutto è molto economica. Se evitate i posti turistici, una bottiglia da 33 cl di Sagres, Super Bock o Cristal, le principali birre nazionali, la pagate 80 centesimi, meno che da Paolone a Lecce.
Ma La cosa più bella è che anche in questo campo emerge la la sobrietà portoghese. Qui sono diffuse e apprezzate le bottiglie di birra mini, da soli 25 cl e le birre alla spina piccole vengono sontuosamente chiamate “imperiàl”.
Ecco, la meraviglia della modestia portoghese sta tutta qui, nel sentirsi trattati come un imperatore anche davanti ad una birra piccola.

Olhão – Bairro dos Pescadores

15/11/2010 § Lascia un commento

Olhão – Murales

12/11/2010 § Lascia un commento

Mentana (in corpore sano)

07/10/2010 § Lascia un commento

Dicono tutti che il Portogallo è indietro di 30 anni.
Anche i Portoghesi lo dicono, però già da giugno i muri di Lagos erano pieni di questi stencil raffiguranti Enrico Mentana.
Sarà solo un caso?

Memorie #6 – Il Tempo dei Limoni

04/10/2010 § Lascia un commento

6 marzo 2010

Nonostante il tempo sia ancora instabile, la primavera comincia a lanciare i primi segni, uno dei quali è stata la timida comparsa, sui rami del nespolo in giardino, di un camaleonte.
Appena uscito dal letargo invernale, si muoveva leeeeeeeeen-tiiiiiiiii-sssssssss-iiiiiii-mooooooo, sicuro di non essere scorto avendo assunto il colore verde scuro delle foglie dell’albero.
Invece io l’ho visto, anche se porto gli occhiali, quindi ci sono animali che ci vedono peggio di me.
Poi ad un certo punto – FOP! – la lingua rapidissima è scattata fuori dalla bocca a caccia di insetti.
Introdotti in Algarve dal nordafrica, sono animali mansueti lunghi una quindicina di centimetri, la cui presenza è indice della naturalezza delle coltivazioni poiché non sopravviverebbero all’uso di pesticidi.
Comunque, il giorno successivo alla sua comparsa è tornato a piovere: mi sa che si è sbagliato a puntare la sveglia.

Nelle due giornate in cui sapevamo che al pomeriggio sarebbe piovuto – che noi ci si fida di una scienza inesatta come le meteorologia e si consultano in internet le previsioni di Wind Guru, che è un sito per surfisti ma va bene lo stesso – al mattino ci siamo dedicati alla concimazione di alcuni alberi di limone.
Allora mi è tornata in mente “Il tempo dei limoni”, una canzone di Luigi Tenco dal testo sciocchino che fa:

Se non è ancora il tempo dei limoni
Li assaggi e dici che non sono buoni
Ma se tu aspetti il loro tempo
Arriva poi il momento
In cui li troverai
Dolci come li vuoi

che mi è sembrata la colonna sonora perfetta.
Anche se, a dire il vero, quella dei limoni è solo una metafora, alla fine è l’ennesima canzone d’amore, che bisogna dire che nel ‘900 i limoni sono stati piuttosto trascurati dal mondo delle canzonette e sarebbe anche ora di colmare questo vuoto.
A proposito di limoni, mi sono dilettato nel mio primo innesto tra un limone e un broccolo. Questo è il risultato:

Memorie #5 – La montagna sacra

27/09/2010 § Lascia un commento

A Nord di Quelfes sorge una montagna, il Cerro do St. Miguel, dalla risibile altezza di 410 metri.
In verità, dato che qui siamo a 30 m sul livello del mare, l’altura risulta imponente e il suo fascino è aumentato dal grande numero di antenne radio conficcate sulla sua cima.
Una di queste sembra altissima: se la montagna è 400 metri, l’antenna in proporzione deve esserne almeno 100. Impossibile.
Devo, devo verificare: quella vetta e quelle antenne sono la meta della mia gita in bicicletta di oggi.
Percorro qualche chilometro in lieve pendenza verso Moncarapacho, poi devio sulla sinistra inerpicandomi sulla stradina che conduce alla vetta.
Quasi 400 metri di dislivello da compiersi su per una rampa che già dai primi metri non lascia dubbio alcuno: la forza di gravità giocherà contro di me.
Innesto immediatamente il rapporto più corto ma non basta, devo issarmi sui pedali e la bici, ad ogni colpo di pedivella, avanza giusto quel tanto da permettermi di mantenermi in equilibrio.
Ogni pedalata è una conquista: metro dopo metro, penosamente avanzo verso la mia meta che dista ancora otto chilometri.
Già dopo poche decine di metri, data la forte pendenza, ci si è già innalzati quel tanto da poter scorgere distintamente l’Oceano.
Più avanzo su per quella rampa e più la vista dell’Oceano si fa ampia da Est a Ovest, così come, da questo punto di vista, risulta più chiara la collocazione di Quelfes, che non è più un posto qualunque in campagna, ma si trova giusto a metà strada tra la montagna e il mare. Con Google Earth avrei fatto prima.
Continuo la salita che si protrarrà per circa un’ora. Sempre più spesso mi fermo a riprender fiato, fino a ché non ce la faccio più e proseguo a piedi spingendo la bici.
La vetta della montagna si allontana sempre più anziché avvicinarsi, la fatica aumenta, così come diminuisce la lucidità mentale.
Comincia piano piano a farsi chiaro dentro di me il perché l’intera storia umana sia segnata da montagne e dalla loro sacralità.
La visione dell’Oceano, la vetta che risulta irraggiungibile e beffarda, la fatica e la forte dose di radiazioni elettromagnetiche provenienti dalle enormi antenne sulla cima alterano la mia percezione della realtà.

Montagne, passamontagne, montagne russe, Mosè, Messner, l’arca di Noè incagliata dietro un ripetitore, Annibale, elefanti – uuuh quanti elefanti! – Coppi e Bartali, Cino e Franco, Franco e Ciccio, pane e nutella.
Dio in persona mi consegna le Tavole della Legge
– Non pronunciare falsa testimonianza – dunque non potrò mai dire che questa per me è stata una salita facile
– Non desiderare la donna d’altri, ma di chi che qui non c’è un cane?
– Non pedalare, e infatti son sceso.
Poi ricevo la Tavola Pitagorica, poi la Tavola Periodica degli Elementi e a seguire, una Tavola da Surf, un Tavolo da Bigliardo e una Tavola Calda con ampio parcheggio.
Sempre più affaticato, vengo sbeffeggiato da un gruppo di ciclisti che risale la china trasportando le bici su un furgoncino, strana concezione del ciclismo la loro, poi, stremato, vedo avvicinarsi, altissimi, i tralicci bianchi e rossi delle antenne. Antenne della tv, antenne della radio, antenne del telefono, antenne per la navigazione marittima, un radar: sono arrivato.
E adesso?
Son talmente stanco che non ho nemmeno la forza di godermi il paesaggio, a zappare si fa molto meno fatica, son sudato come uno che è molto sudato e c’è un vento della madonna.
I ciclisti finti sono lì, proprio sotto un’antenna, a mangiar panini. Era questo il loro scopo? Pane, salame e onde hertziane?
Anche io ho fame, mi passa per la testa di rubargli un panino e scappare a rotta di collo giù per la discesa ma desisto.
O meglio, per la discesa ci vado comunque, la gravità mi attrae verso casa, rapidissimo, 400 metri si altitudine bruciati in un attimo.
Rieccomi a casa. Guardo la cima di St. Miguel e le sue antenne che ora hanno perso tutto il loro fascino.

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