Etnology

10/11/2011 § Lascia un commento

 

Let’s get lost

25/07/2011 § 2 commenti

“Adesso io, una volta siamo andati insieme a Daniele a una festa che c’era fuori città, in Piemonte. A un certo momento c’eravam messi a parlare abbiam passato l’uscita dell’autostrada dove dovevamo uscire. Allora siamo usciti l’uscita dopo dopo un po’ ci siam persi. Ci abbiam messo un’ora, a ritrovare il posto. Quell’ora lì, è stata l’ora più bella del viaggio che avevam fatto” (Paolo Nori – Siam poi gente delicata)

A Lucca non mi ricordo se ci son già stato.
Ricordo solo che era una delle città che avevamo in programma di visitare io e Frank una ventina di anni fa, poi per qualche motivo non se ne fece più nulla. O almeno credo.
Ma non fa poi tanta differenza: esserci stato vent’anni fa è un po’ come non esserci mai stato: cosa posso ricordarmi di un evento così lontano?
Più si va avanti con gli anni e più i ricordi diventano fallaci, si mescolano, si confondono, si deformano, alcuni particolari si amplificano ed altri si cancellano. Ricordo – o credo di ricordare – di aver letto da qual­che parte che lo scrittore Jorge Luis Borges raccon­tava spesso un aneddoto su suo padre, che era cresciuto a Buenos Aires ma non ci viveva più da molti anni. A quanto affermava Borges, una volta il padre gli ave­va detto che quando ripensava alla città, non sapeva più se si ricordava davvero Buenos Aires o se si ricordava soltanto dell’ultima volta che se l’era ricordata.
In ogni caso, che a Lucca ci sia già stato oppure no, io non sono più quello di vent’anni fa e gli effetti che la città sortirà su di me saranno differenti – o almeno lo spero.

E allora vado, anche perché Lucca – che è una città piccola e quel che c’è da vedere prima o poi ti passa davanti agli occhi – mi sembra un posto particolarmente adatto alla deriva psicogeografica.
La deriva è un’attività semplice, avventurosa e divertente che solo pochi temerari hanno l’ardire di praticare. Il turista moderno non ama le sorprese, vuole la sicurezza di arrivare immediatamente davanti agli importanti monumenti che la sua autorevole guida gli impone di vedere.
Ma scusa, perché mai io dovrei andare a Lucca e visitare i posti che mi consiglia una guida scritta da uno che non conosco nemmeno? Che diamine ne sa lui dei miei gusti? Vacci te a veder tutti quei monumenti noiosi visto che ti piacciono tanto!
C’è un grande bisogno di fondare un nuovo modo di fare turismo, un turismo che abbia voglia di scoprire luoghi nuovi, nuovi centri d’interesse che ognuno deve costruirsi su misura attorno alla propria personalità. Un turismo che voglia confrontarsi col presente piuttosto che col passato, che preferisca la visita ad un bar a quella di una chiesa, le scritte sui muri alle pinacoteche, il parlare con la gente per le strade allo starsene muti in un museo polveroso.
Guardateli come sono sconfortati i turisti, chini sulla cartina mentre cercano di capire dove diavolo si trovano. Chi va alla deriva non ha questo problema: non avendo una meta, non ci si perde mai.
E poi, tutti intenti a scattare le solite foto ai soliti monumenti, cosa vuoi, che mi metta a fotografare anch’io i monumenti? Che bisogno c’è quando in internet trovi ottime immagini di fotografi professionisti, scattate da punti di vista irraggiungibili, con luci meravigliose e rese perfette da un uso sapiente del fotoritocco? Io non son mica così bravo a far le foto. Poi tanto, tutte ‘ste foto digitali sai dove finiranno? POFF, nel nulla. Negli ultimi tempi non faccio altro che incontrare gente che per un motivo o per l’altro ha perduto tutto il contenuto dell’hard disc. Un po’ è un problema, un po’ è una selezione naturale delle troppe e inutili immagini che scattiamo quotidianamente. Quindi niente panico.
Io l’unica foto che ho scattato a Lucca è questa:

Te te lo saresti mai immaginato di trovare una roba così western a Lucca? No. E allora, continua, continua pure a fare quello che ti dice la Lonely Planet, la Rough Guide, la Routard e il Touring Club. Vai, vai pure, che loro mica parlano di queste cose qui, loro stanno a perder tempo su degli affreschi banalissimi e non si rendono nemmeno conto che Lucca è una città del Far West.

Alla fine la mia deriva attraverso Lucca è stato un mezzo fallimento: l’ho girata tutta in lungo e in largo (o almeno così credo), ma la città, pur bellissima, è come un parco di divertimenti a tema, affollata solo di turisti e di attrazioni per turisti. L’atmosfera non è quella idonea a una serena deriva che richiede invece tranquillità e poca folla.
Ah, comunque alla fine mi sa proprio che a Lucca non c’ero mai stato, o se c’ero stato me ne sono completamente dimenticato.

626

22/07/2011 § Lascia un commento

"I dispositivi non automatici di lotta antincendio devono essere facilmente accessibili e utilizzabili. Essi devono essere oggetto di una segnaletica conforme alla normativa vigente."
(D. Lgs. n. 626/1994)

Verso Livorno

13/07/2011 § Lascia un commento

Dove va il bianco

26/06/2011 § 11 commenti

“Dove va il bianco quando la neve si scioglie?” (William Shakespeare)

È sulla costa toscana, una ventina di chilometri a sud di Livorno, che la preziosa domanda di Shakespeare trova finalmente una risposta: come tanti altri rifiuti, il bianco della neve finisce in mare. Un canale sciabordante di acqua color latte scarica incessantemente gli scarti di lavorazione della più grande sodiera d’Europa, la sodiera Solvay, un’enorme complesso industriale che produce bicarbonato di sodio, acido cloridrico e altre cose buone.
Il tratto di costa che fronteggia l’impianto industriale è uno spettacolo surreale che solo una civiltà folle come la nostra poteva escogitare. Depositatisi per decenni, gli scarichi di carbonato di calcio della Solvay si sono trasformati in una spiaggia dalla sabbia bianchissima bagnata da un mare dalle acque opali: c’è quanto basta per poter credere di trovarsi ai Caraibi e per illudersi che in qualche caso l’attività industriale possa migliorare l’ambiente.

Ma per tornare alla realtà basta voltarsi verso l’entroterra: l’enorme stabilimento della Solvay incombe minaccioso con le sue torri fumanti.

Siamo a Rosignano Solvay, la frazione di Rosignano Marittimo nata attorno alla fabbrica che gli ha dato il nome.
Le celebri spiagge bianche sono sempre affollate e tanti sono i bagnanti che si immergono felici nel mare dall’ingannevole aspetto immacolato.
Già, se gli scarichi fossero stati di colore marrone sta pur sicuro che di bagnanti se ne sarebbero visti pochi. Invece il bianco sa di pulito e poco importa che quelle acque siano avvelenate da oltre 500 tonnellate di mercurio scaricate in quasi un secolo di attività industriale, permettendo alla spiaggia di conquistarsi un posto tra i 15 siti costieri più inquinati del Mediterraneo.
Probabilmente queste sostanze creano anche una forte dipendenza, tant’è che alcuni nuotatori sono costretti a risalire i canali che scendono dalla fabbrica per cercare dosi sempre maggiori di inquinanti.

Immagino che questi ragazzotti si opporrebbero con tutte le loro forze alla costruzione di una discarica dietro casa loro, mentre a quanto pare non trovano nulla di strano nello sguazzare nel veleno. Il segreto credo stia in quel cartello rosso che si vede in alto a destra: lì c’è scritto “CANALE INDUSTRIALE – DIVIETO DI BALNEAZIONE” e rende quelle acque irresistibili, perché lo sanno tutti che se scrivi su una porta “VIETATO ENTRARE” e poi vai a farti un giro, al tuo ritorno dietro a quella porta ci troverai una festa.

Lo sanno anche i muri

29/12/2010 § Lascia un commento

Birre Imperiali

01/12/2010 § Lascia un commento



Di ritorno dopo cinque mesi trascorsi in Portogallo a fare il contadino, mi aspettavo che mi si rivolgessero domande su com’è la vita in campagna, sullo stile di vita, la lingua e la cultura di un paese straniero.
Invece no. la domanda più frequente che gli amici mi hanno posto è stata:
“Com’è la birra in Portogallo?
Che io, lo ammetto, ci son rimasto abbastanza male. Pensavo di poter dissertare sulle qualità della vita contadina contrapposta a quella di città, sulla semplicità di un popolo ancora non del tutto fagocitato dalla modernizzazione, sulla maestosità dell’oceano e sulle qualità di quel meraviglioso sistema di coltivare la terra chiamato permacultura.
Che secondo me a Neil Armstrong non gli han mica chiesto com’era la birra sulla Luna, o magari gliel’hanno anche chiesto ma non l’han fatto sapere troppo in giro per non intaccare l’aurea scientifica della missione.
Comunque, visto che vi interessa tanto, sappiate che la birra in Portogallo è buona e soprattutto è molto economica. Se evitate i posti turistici, una bottiglia da 33 cl di Sagres, Super Bock o Cristal, le principali birre nazionali, la pagate 80 centesimi, meno che da Paolone a Lecce.
Ma La cosa più bella è che anche in questo campo emerge la la sobrietà portoghese. Qui sono diffuse e apprezzate le bottiglie di birra mini, da soli 25 cl e le birre alla spina piccole vengono sontuosamente chiamate “imperiàl”.
Ecco, la meraviglia della modestia portoghese sta tutta qui, nel sentirsi trattati come un imperatore anche davanti ad una birra piccola.

Dove sono?

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