Il guanto di sfida

16/05/2012 § 1 Commento

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso (Guy Debord)

Da un po’ di tempo, quando al supermercato maneggio frutta e verdura lo faccio a mani nude, senza utilizzare l’apposito guanto usa e getta che severi cartelli invitano ad usare.
Non è per sbadataggine o per scarso senso civico: è un gesto che faccio con piena consapevolezza.
Ingannati dal loro aspetto lucido ed asettico, evidentemente ci siamo dimenticati che quella frutta e verdura provengono dalla terra e non da una camera sterile, che sono state esposte per mesi a insetti, vermi e merda di animali e che raccolta e stoccaggio avvengono senza troppa preoccupazione per la pulizia, dunque maneggiarli coi guanti è un’attenzione tardiva e del tutto fuori luogo.
Ma il vero problema è un altro.
A meno che i vegetali non provengano da colture biologiche, sicuramente sono stati trattati con abbondanti dosi di pesticidi, sostanze che un’apposita legislazione e le avvertenze stampigliate a caratteri piccoli sulle loro etichette vi invitano ad utilizzare seguendo severe precauzioni che hanno un solo scopo: evitare che vengano a contatto con chi le utilizza e chi gli sta attorno. E indovina perché? Perché i pesticidi sono veleni, non solo per gli insetti e per le erbacce ma anche per l’uomo.

Dovrebbe allora essere chiaro che utilizzare precauzioni igieniche da sala operatoria per maneggiare una mela al supermercato è paradossale e distrae l’attenzione dal vero problema: se chi ha toccato le mele prima di me si era infilato le dita nel naso è veramente poca cosa rispetto al fatto che quella mela è ricoperta da veleni che potrebbero provocarmi un tumore o altri caratteristici segni del progresso. È un po’ come usare i guanti di plastica per maneggiare della barre di uranio preoccupandosi del fatto che sono sporche e non che sono radioattive.

Penso spesso a come i posteri potranno giudicare la nostra epoca delirante, e credo che la scena di un uomo che si preoccupa di usare un guanto per non contaminare una mela avvelenata sia emblematica nonché irresistibilmente ridicola.
Siccome io ci tengo a non risultare ridicolo – non solo oggi ma anche e soprattutto agli occhi dei posteri – mi rifiuto di usare il futile guanto di plastica e proseguo in questo mio piccolo gesto di disobbedienza. Il ferreo disappunto di chi non mancherà di lamentarsi del mio barbaro comportamento potrà essere una buona occasione per intavolare discussioni che vadano finalmente a rovesciare il significato di certi gesti ormai dati per scontati.
O più sbrigativamente, potrò fornire la stessa risposta che Marco, un coltivatore biologico conosciuto in Toscana, diede un giorno ad una massaia che lo stava rimproverando proprio perché maneggiava la verdura senza precauzioni: “Non si preoccupi signora, poi a casa mi lavo le mani!”

 

Autobahn

15/05/2012 § Lascia un commento

Avevo notato subito che la casa dove sarei andato ad abitare era molto vicina all’autostrada: non più di un chilometro a giudicare da un rapido sguardo sulla cartina. Eppure la Manu, lei che ci aveva anche dormito in quella casa, giurava che il rumore dell’autostrada non si sentiva assolutamente.
Ora che ci abito lo posso affermare con certezza: col cazzo che non si sente l’autostrada: si sente eccome!
Non smetto mai di sorprendermi di come i suoni, nella loro intensità e qualità, vengano poco considerati oggigiorno. Si dice sempre che siamo nella società dell’immagine e probabilmente è vero. Eppure i suoni hanno ancora la forza di colpire l’immaginazione in un modo che ciò che percepiamo con gli occhi raramente riesce a fare.
Ecco perché credo che la chirurgia plastica dovrebbe occuparsi, oltre che della parte visibile dei corpi, anche di quella udibile: molto più di limare qualche zigomo o d’aggiungere un paio di ettogrammi di tette, l’accordatura delle corde vocali è l’intervento del quale il mondo ha veramente bisogno.
Sì, si sente l’autostrada dalla casa ove abito ora, ma non dà particolarmente fastidio: è un drone continuo dalla tonalità informe, un rombo che ricorda quello dell’oceano e che si percepisce solo se gli si presta attenzione, comunque molto meglio del caos irrequieto del traffico cittadino o del dover dormire a fianco di una persona che russa.
Mi viene in mente La Monte Young. Il pioniere del minimalismo ha sempre sostenuto che la sua principale ispirazione era stato il ronzio dei pali delle linee telefoniche che attraversavano la zona in cui era cresciuto. Io non sono un musicista, ma sono sicuro che a lungo andare il via-vai dei camion sull’autostrada sortirà qualche effetto su di me: non oso immaginare quale.

Finché c’è benza c’è speranza

19/07/2011 § Lascia un commento

Vuoi un caffè ad alto impatto ambientale? mi chiede Marco.
Immediatamente non capisco a cosa si riferisca, poi, dopo qualche frazione di secondo, l’illuminazione arriva.
Ad alto impatto ambientale è il caffè della macchinetta espresso che abbiamo nella cucina grande, ironicamente Marco lo definisce così, e lo fa senza alcun tono polemico.
Il suo è invece il tono di chi ha raggiunto la consapevolezza del delirio su cui questo sistema è basato e, col cuore in pace, si può concedere la soddisfazione di compiere qualche gesto sprecando la massima quantità di risorse e possibilmente inquinando anche un po’.
Infatti, per farci pochi centilitri di caffè riusciamo a sprecare:

  • una cialda di plastica
  • un bicchiere di plastica
  • una bustina di carta per lo zucchero
  • una palettina di plastica per mescolare il caffè con relativo involucro di carta
  • una dose sproporzionata di energia elettrica per tenere calda l’acqua della macchinetta 24 ore su 24 anche se di caffè se ne fanno solo pochi al giorno.

A ben pensarci, considerando tutto il ciclo produttivo, (estrazione delle materie prime, trasporto, progettazione, trasformazione, stoccaggio, distribuzione etc) ci vuole più tempo ed energia a produrre tutti questi oggetti che per il loro utilizzo finale. In particolare, il caso più clamoroso è quello della paletta monouso per mescolare il caffè, un capolavoro assoluto di massimo spreco di risorse per ottenere il minimo risultato. Insomma, con una caffettiera, una tazzina di ceramica e un cucchiaino di acciaio si poteva rendere il rito del caffè molto più eco-compatibile, ma perché dannarsi?
Nonostante – o forse proprio perché – io sia perfettamente conscio di questo assurdo spreco di risorse, accetto di buon grado.

Quella in cui viviamo sarà ricordata come l’età del petrolio, così come ci sono state l’età della pietra, quella del ferro e quella del bronzo, un’era nella quale si è potuto sfruttare una risorsa flessibile ed economica per crescere a dismisura e potersi permettere il lusso di sprecare energia e risorse in quantità abnorme, depredando e inquinando l’ambiente, vivendo nell’era più opulenta della storia e riuscendo comunque ad essere infelici.
Nonostante i segni di una leggera inversione di tendenza comincino a farsi sentire, non credo che sia possibile arrestare la nostra folle corsa: questo sistema ha bisogno di crescere in continuazione per esistere, dunque non può essere modificato. L’unico modo per cambiare è quello di far arrivare questo modus vivendi alla sua naturale distruzione (che avverrà per esaurimento delle risorse, per lotte fratricide, epidemie, carestie o altre catastrofi assortite), dopodiché si potrà pensare di ricostruire qualcosa di diverso. Se avete fatto dei figli, siete degli irresponsabili.
Nel frattempo tanto vale spassarsela: siamo tra le ultime generazioni che potranno ancora fruire di energia e risorse a basso costo, dunque godiamoci questa era unica nella storia dell’uomo.
Come l’orchestra del Titanic che continuava a suonare imperterrita e impotente di fronte alla sciagura, anche a noi conviene divertirci fino all’ultimo minuto: finché c’è benza c’è speranza.

I cugini di campagna

14/06/2011 § 2 commenti

La luna è ottusa. Madre natura non chiama, non ti parla, anche se un ghiacciaio a volte scoreggia. E non prestare ascolto al Canto della Vita.
[dalla Dichiarazione del Minnesota di Werner Herzog ]

Negli Stati Uniti, chi non si adatta a vivere in città e ama la vita all’aria aperta viene chiamato country cousin – letteralmente “cugino di campagna”.
Ecco, io credo di poter essere considerato un cugino di campagna: un po’ perché questo nome mi diverte, un po’ perché cantare in falsetto è d’aiuto a quelli irrimediabilmente stonati come me. Perché coloro che sostengono che non esistono persone stonate raccontano delle gran balle, giacché il controllo della voce lo si fa con l’udito, e se hai l’orecchio un po’ farlocco col cavolo che riesci a cantare intonato. Ti sei mai chiesto perché i sordomuti parlano dicendo frasi incomprensibili come SZHEGHLE FTOO HA FAHFAA? Mica perché han dei problemi alle corde vocali, ma perché non sentono quello che dicono. Provaci te a sparare al buio e vediamo quanti bersagli centri.
Comunque, nella mia piccola carriera di cugino di campagna ho potuto constatare da vicino ciò che già sapevo: che la natura non è un’entità buona e romantica come vorrebbero farci credere i film di Walt Disney o le oasi del WWF, la natura è un sistema spietato che gronda sangue e morte,  un mondo nel quale bisogna lottare strenuamente  per la sopravvivenza tutti i giorni.
Più ti avvicini alla natura e più capisci perché l’uomo se n’è voluto allontanare: caprioli, cinghiali, volpi, scoiattoli, topi, cornacchie, storni, lumache, insetti, erbe infestanti, funghi e malattie sono in perenne ed instancabile competizione con lui per accaparrarsi cibo e, nonostante la supremazia tecnologica dell’homo sapiens, la lotta è impari.
Che piaccia o no, la figura che più si avvicina a ciò che quotidianamente succede in natura è quella del contadino, sì, proprio quello che uccide i caprioli a mani nude, che spara alle cornacchie, che innesca trappole e che sparge veleni, perché la sua sopravvivenza dipende dal raccolto che riuscirà a portare a casa strappandolo a tutti gli altri esseri viventi che come lui se lo vogliono mangiare. E se pensate che i contadini siano spietati fate bene, perché anche madre natura lo è.
D’altronde gli animalisti mica devono occuparsi di queste cose: loro di solito vivono in città e possono passare il loro tempo a preoccuparsi delle foche, delle balene, dei panda o di altri animali che non hanno mai visto in vita loro.
E, dall’alto della mio status di cugino di campagna, a quelli sciroccati che mi chiedono se sento le buone vibrazioni che la natura mi trasmette rispondo che no, non le sento affatto le vostre cazzo di vibrazioni e, siccome tra le mie numerosissime occupazioni c’è stata anche quella di commesso in un sexy-shop, fidati che di vibrazioni io me ne intendo.

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