Una vita da porcaro – Pt 3

19/03/2014 § Lascia un commento

L’altro giorno mi sono inventato un gioco con le pecore, che qui, come potete immaginare, non ci sono molti svaghi.
La stalla dove stanno è stretta e lunga, con una mangiatoia ad ogni estremità. Il gioco è molto semplice ma regala grandi soddisfazioni. Prima si mette una forcata di fieno in una mangiatoia e VROOOOOOOM tutte le settanta pecore si precipitano ad un lato della stalla. Poi si mette una forcata di fieno nell’altra mangiatoia e VROOOOOOOOM tutte le settanta pecore si precipitano al lato opposto della stalla. E via così, senza fine, una partita a ping pong umani Vs ovini.
Son stupide le pecore – vaccaboia se son stupide – eppure continuano ad emanare un inspiegabile fascino verso il genere umano. Qui tutti, appena han saputo che ho a che fare con gli ovini, han detto: "Ooooh le pecore, che belle le pecore, voglio assolutamente venire a vederle", poi alla fine non è venuto nessuno ed è meglio così perché non posso mica star qui a perder tempo a rincuorarli per la cocente delusione derivata dal fatto che le pecore alla fine, oltre che stupide, son poi anche brutte e sporche e fanno BEEEEE esattamente come lo faresti tu, con una voce da Homo Sapiens Sapiens che è una cosa inquietante. Gli agnellini sì, son bellissimi, ma poi crescono e la magia finisce.

I maiali, quelli sì che son belli, il mondo perde tempo con gli erbivori e non si rende conto di quanto i sùidi siano delle creature meravigliose. E poi non son nemmeno sporchi ,che quei pochi che abbiamo in una stalla son così bravi che si fanno il giaciglio di paglia da una parte e vanno a fare i loro bisogni dalla parte opposta, mentre le pecore cagano dappertutto indiscriminatamente e hanno grappoli di tarzanelli che pendono dalla coda.
Guarda un po’ che sguardo sveglio e simpatico che c’ha luiquà, è un furbino che ha trovato un buco nella recinzione da cui passare e se ne va a zonzo indisturbato.

Nel recinto coi maiali ci sono anche due cani che dovrebbero fare la guardia contro i cinghiali. I cani fanno l’unica cosa di cui sono capaci, cioè abbaiano in continuazione, cosa totalmente inutile contro i cinghiali che – indisturbati – continuano a farsi i loro porci comodi, ovvero vengono vicinissimi a mangiare l’orzo insieme ai loro cugini domestici e si incrociano spesso e volentieri con loro dando origine a dei bestiolini deliziosi come questi

Poi ad un certo punto se ne vanno, mica perché abbiano paura dei cani – che se volessero se li mangerebbero in un boccone – ma perché sono più intelligenti ed hanno capito che bisogna dargli un contentino: i cani abbaiano rompendo il cazzo giorno e notte illudendosi di aver fatto il loro dovere, mentre i cinghiali scorazzano silenziosi, sicuri di poter fare quel che gli pare.

Una vita da porcaro – Pt.2

12/03/2014 § Lascia un commento

All’ultimo momento, quando ormai avevo accettato l’incarico di porcaro supplente, al manipolo di maiali alla stato brado si è aggiunto anche un gregge di settanta pecore.
Le pecore, se non lo sapete, sono gli animali più stupidi del creato: l’evoluzione le ha fornite di un bel maglione di lana ma non di un cervello.
Guardandole negli occhi, in quello sguardo capace di una sola inespressiva espressione, vedi il vuoto cosmico e in un meraviglioso istante finalmente capisci che la solidità della materia è solo un’illusione e ti rendi conto di quanto immenso sia lo spazio che c’è nell’atomo tra il nucleo e gli elettroni che gli girano attorno. Quello spazio, quel vuoto, è la materia di cui è fatto il cervello delle pecore.

Quando gli dai da mangiare si precipitano verso il fieno travolgendo tutto e tutti noncuranti degli ostacoli che si trovano davanti, si accalcano, si spingono, cercano di passare da buchi più piccoli di loro, procedono in una direzione con la stessa determinazione e capacità di pensiero che hanno delle biglie che scivolano su un piano inclinato, però le biglie lo fanno in modo più elegante.

Il primo giorno che ero qui ci siamo dedicati ad uno screening di massa per verificarne lo stato di salute marcandone il vello con una bomboletta di vernice blu per poterle poi distinguere facilmente.

un puntino = pecora col latte (L)
due puntini = pecora con molto latte (L+, cioè Latte Più)
riga longitudinale = pecora sana (S)
riga trasversale = pecora probabimente ammalata, da far vedere al veterinario (A)

Per ricordarci il significato dei vari simboli ci siamo fatti una legenda sul muro della stalla: un giorno qualcuno scoprirà i nostri graffiti e si farà molte domande.

Una vita da porcaro

10/03/2014 § Lascia un commento

La prima volta che vidi questi maiali rimasi molto impressionato.
Da adulti sono delle bestie enormi e quando si issano appoggiando le zampe anteriori sul cancello raggiungono quasi la mia altezza e non hanno un’aria molto rassicurante, soprattutto quando sono affamati. Così come rimasi impressionato dai grugniti inquietanti che fanno al mattino quando gli si porta da mangiare. Potete farvi un’idea di cosa intendo ascoltando questa registrazione.

Oltre al cibo che trova razzolando nel bosco, ogni maiale mangia ogni giorno tre palettate di orzo.
Ogni palettata è circa un chilogrammo e in un secchio ce ne stanno sei. Date queste informazioni, quanto pesa un secchio pieno d’orzo?
Non lo so esattamente, ma pesa molto più dei sei kg che ci aspetterebbe perchè l’orzo viene lasciato a mollo nell’acqua per renderlo meglio assimilabile dai maiali, quindi ogni secchio contiene sei chili di orzo e una quantità indefinita di acqua.
Quello che so è che ogni mattina devo dare ai maiali 24 secchi di orzo imbibito di acqua per un peso totale che solo le mie spalle e la mia schiena sanno quantificare.
Però, già dalla prima secchiata – che devi anche cercare di lanciare lontano per distribuire l’orzo e far mangiare un po’ tutti – i maiali si calmano e ai minacciosi grugniti si sotituisce il suono pacato delle loro mandibole al lavoro che potete ascoltare qui.

Come tutti gli animali, quando si tratta di cibo anche i maiali si azzuffano tra di loro e quelli più grossi sanno come farsi rispettare, scacciando con forti grugniti, morsi e spintoni i maiali che non rispettano la gerarchia. Questa lotta senza esclusioni di colpi per mangiare più cibo possibile si spiega col fatto che qui c’è un concorso che premia i due maiali più grassi con una gita premio. La destinazione della gita è segreta ma deve essere molto bella perché nessuno dei maiali che vi ha partecipato è più tornato indietro. I maiali hanno capito che deve trattarsi di un posto bellissimo e fanno di tutto per ingrassare il più possibile, ne son partiti due anche ieri, dovevi vedere com’eran contenti.

Se da grandi hanno un’aria un po’ minacciosa – ma poi li si conosce e ci si prende confidenza – da piccoli i maiali sono delle bestioline che te non hai idea di quanto siano belle.
Sembrano dei porcellidi d’india, corrono curiosi e saltellano qua e là squittendo per poi azzuffarsi per prendere il latte dalla mamma.

Ai maiali piace molto anche il fieno e ogni tre giorni gliene dò un po’. Ne prendono una boccata e scuotono la testa di qua e di là tutti felici, poi un po’ ne mangiano e un po’ lo stendono ben benino per terra per farci la lettiera buttandocisi sopra di peso, o meglio "come porco morto cade". Poi insieme agli amici formano degli intricatissimi puzzle viventi dei quali è pressocché impossibile stabilire il numero di pezzi. Son dei mattacchioni i maiali, altrochè!

La notte dei fagiolini viventi

11/06/2012 § 1 Commento

Benvenuti ragazzi.

L’allegro mietitore

23/05/2012 § 7 commenti

L’avevo scoperta la scorsa estate grazie al mai abbastanza elogiato Nicola di Orto di Carta che mi aveva insegnato ad usarla.
Ora il caso ha voluto che ne ritrovassi una tra gli attrezzi lasciati qui dal proprietario della casa ove abito.
È una falce, uno strumento antico che sta vivendo una seconda giovinezza grazie agli adepti dei nuovi modi di fare agricoltura in modo sostenibile.
Infatti, se si dispone di una falce dotata di manico regolabile e di una lama ben affilata, non solo ci si trova tra le mani un attrezzo dalle inaspettate potenzialità, ma tagliare l’erba diventa un piacere del quale si rischia di non poter più a fare a meno.
Regolando la posizione dei manici alle dimensioni del proprio corpo, la si può utilizzare mantenendo la schiena perfettamente diritta; un ben dosato movimento rotatorio del busto garantirà che il vostro lavoro avvenga con uno sforzo contenuto. Un po’ di pratica con l’attrezzo vi consentirà di ottenere una velocità di taglio sorprendentemente elevata e una notevole precisione nel falciare anche negli angoli più difficili.

Non si tratta di nostalgia del passato o di un testardo rifiuto delle tecnologie moderne: la falce ha enormi vantaggi rispetto al decespugliatore e alla falciatrice.
Niente rumore assordante di motori a scoppio, niente gas di scarico che ti arrivano dritti nel naso, nessun frammento di erba che ti schizza addosso imbrattandoti da capo a piedi, nessun bisogno di utilizzare una maschera protettiva, niente cuffie antirumore, niente guasti meccanici, nessuna spesa di carburante e manutenzione.
Solo un lento ed armonioso movimento della lama. Solo la soddisfazione di sentire i fili d’erba che cadono sotto la pressione dei vostri muscoli. Solo la naturalezza di eseguire un lavoro seguendo il vostro ritmo e non quello di una macchina. Solo il piacere di fermarsi di tanto in tanto per riposarsi un istante, guardare il paesaggio e ravvivare il filo della lama sfregandola col la cote, l’apposita pietra. In altre parole, è un gesto di profonda bellezza che coinvolge appieno corpo e mente appagandoli entrambi.
Ecco spiegato perché la falce è diventata immediatamente il mio strumento prediletto: ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara scendo in giardino, la imbraccio e taglio un po’ d’erba. È il modo che ho io di scacciare la tristezza e regolare la circolazione: dopo una mezz’oretta mi sento soddisfatto ed in pace con il mondo.

Solo, dovrei smetterla di falciare indossando la mia felpa nera col cappuccio: i vicini cominciano a guardarmi con sospetto.

Non c’è pace tra gli ulivi

18/07/2011 § Lascia un commento

No-no-no-no-no-no-no-no-no-no, calma-calma-calma-calma-calma-calma-calma, chi diavolo vi ha dato il permesso di dare il mio nome all’agnellino che è appena nato?!?
Che basta un attimo per mandare all’aria una reputazione costruita con grande rigore nell’arco di una vita intera, e come se non bastasse hanno anche storpiato il mio nome, Claudino l’hanno chiamato, ma come vi permettete?!?
Claudino – che quando sarà cresciuto voglio poi vedere che figura ci farà con quel nome – fa parte di un gregge di pecore pomarancine. La pomarancina è una pecora che produce pochissimo latte e per questo nessuno la vuole più. In teoria è un’animale divenuto obsoleto per l’allevamento: in pratica qui se ne tiene un gregge perché gli si è trovato una buona funzione: lo si lascia pascolare nell’uliveto così controlla il proliferare dell’erba e nello stesso tempo concima gli alberi.
Negli ultimi tempi sono nati molti agnellini e ora lo sport più diffuso è quello di dare il biberon ai piccoli. Non appena ti avvicini al gregge, gli agnellini ti riconoscono e ti corrono incontro per attaccarsi al biberon che svuotano in pochi minuti pompando latte come delle idrovore. Ne vorrebbero ancora e allora si mettono a succhiarti le dita nella speranza di poterne estrarre altro latte.

Ma non dovrebbe pensarci la mamma ad allattare i suoi piccoli? – direte voi.
Già, ma te l’ho già detto che la natura è spietata e quello che succede è che spesso i piccoli vengono abbandonati dalle madri. Le scene che ne risultano sono strazianti: gli agnellini vagano belando disperatamente per il gregge elemosinando latte e attenzioni che nessuno dei cinici ruminanti gli darà mai.
A dire il vero, a definire strazianti queste scene sono le solite wwoofer dal cuore di burro che scambiano gli animali per dei pupazzi di peluche da coccolare. A me invece non me ne frega niente: se madre natura ha voluto così, vorrà dire che ci sarà un buon motivo, bene e male sono invenzioni umane che non si possono applicare alle pecore e se non si capisce questo concetto non si può capire nulla di come funziona la vita su questo pianeta.
L’unico che sembra avere le idee ben chiare su come gira il mondo è Vittorio: lui vede in ogni agnellino un prelibato arrosto e gli viene l’acquolina in bocca al solo sentirlo nominare.
Comunque, vuoi per far vedere che non siamo del tutto insensibili, vuoi per distinguerci dagli altri animali, vuoi perché alla fine una pecora in più vien sempre utile, ci pensiamo noi umani ad accudire le bestiole abbandonate dalle loro madri tutt’altro che snaturate.
E quelli che insistono nel contrabbandare l’idea fasulla della disinteressata bontà animale contrapposta all’inesauribile cattiveria umana ci vadano loro a spiegare alle pecore che non dovrebbero abbandonare i loro figli: io ciò troppo da fare che devo dare il biberon a tre agnellini affamati.

I cugini di campagna

14/06/2011 § 2 commenti

La luna è ottusa. Madre natura non chiama, non ti parla, anche se un ghiacciaio a volte scoreggia. E non prestare ascolto al Canto della Vita.
[dalla Dichiarazione del Minnesota di Werner Herzog ]

Negli Stati Uniti, chi non si adatta a vivere in città e ama la vita all’aria aperta viene chiamato country cousin – letteralmente “cugino di campagna”.
Ecco, io credo di poter essere considerato un cugino di campagna: un po’ perché questo nome mi diverte, un po’ perché cantare in falsetto è d’aiuto a quelli irrimediabilmente stonati come me. Perché coloro che sostengono che non esistono persone stonate raccontano delle gran balle, giacché il controllo della voce lo si fa con l’udito, e se hai l’orecchio un po’ farlocco col cavolo che riesci a cantare intonato. Ti sei mai chiesto perché i sordomuti parlano dicendo frasi incomprensibili come SZHEGHLE FTOO HA FAHFAA? Mica perché han dei problemi alle corde vocali, ma perché non sentono quello che dicono. Provaci te a sparare al buio e vediamo quanti bersagli centri.
Comunque, nella mia piccola carriera di cugino di campagna ho potuto constatare da vicino ciò che già sapevo: che la natura non è un’entità buona e romantica come vorrebbero farci credere i film di Walt Disney o le oasi del WWF, la natura è un sistema spietato che gronda sangue e morte,  un mondo nel quale bisogna lottare strenuamente  per la sopravvivenza tutti i giorni.
Più ti avvicini alla natura e più capisci perché l’uomo se n’è voluto allontanare: caprioli, cinghiali, volpi, scoiattoli, topi, cornacchie, storni, lumache, insetti, erbe infestanti, funghi e malattie sono in perenne ed instancabile competizione con lui per accaparrarsi cibo e, nonostante la supremazia tecnologica dell’homo sapiens, la lotta è impari.
Che piaccia o no, la figura che più si avvicina a ciò che quotidianamente succede in natura è quella del contadino, sì, proprio quello che uccide i caprioli a mani nude, che spara alle cornacchie, che innesca trappole e che sparge veleni, perché la sua sopravvivenza dipende dal raccolto che riuscirà a portare a casa strappandolo a tutti gli altri esseri viventi che come lui se lo vogliono mangiare. E se pensate che i contadini siano spietati fate bene, perché anche madre natura lo è.
D’altronde gli animalisti mica devono occuparsi di queste cose: loro di solito vivono in città e possono passare il loro tempo a preoccuparsi delle foche, delle balene, dei panda o di altri animali che non hanno mai visto in vita loro.
E, dall’alto della mio status di cugino di campagna, a quelli sciroccati che mi chiedono se sento le buone vibrazioni che la natura mi trasmette rispondo che no, non le sento affatto le vostre cazzo di vibrazioni e, siccome tra le mie numerosissime occupazioni c’è stata anche quella di commesso in un sexy-shop, fidati che di vibrazioni io me ne intendo.

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